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Dilili e i maschi maestri

Spinta come sempre dalla curiosità francofila, ieri sera ho trascinato la mia famiglia, ed una mia amica con la sua, a vedere il film “Dilili à Paris”. Conoscevo dello stesso regista, “Kirikou et les bêtes sauvages”. Mentre ero affascinata dalla storia, dalle immagini, dai colori, dai pullulanti riferimenti culturali, il mio cervello era come provocatoriamente sollecitato, spinto e addirittura catapultato, senza resistenza poter opporre, alla verità. Nessun velo poteva essere più collocato tra essa e me. La costante mistificazione è stata rimossa. I “maschi maestri” imperversano ovunque: in superficie, in profondità, negli abissi. A ogni livello culturale, sociale, politico e ci misuriamo quotidianamente con essi. Tendiamo a non vederli più proprio perché è una costante quotidiana o forse, anche perché la vita si tradurrebbe in una lotta continua rendendocela triste e faticosa. Non li smascheriamo più e loro cercano di camuffarsi. Ma chi di loro non ha mai emesso uno sfiato inconsapevole ed istintivo? Il cervello non può controllare sempre tutto ed ecco che, o con una frase detta con tono assertivo, o con espressioni verbali e facciali che alludono alle fissazioni o pretese femminili in campo domestico o con il non considerare le conseguenze che le loro ambizioni lavorative possono avere sull’ organizzazione familiare o come lo sguardo cade su chi è vestita in modo succinto……
Non è necessario elencare e, a ben guardare, gli esempi si dispiegano ad ogni minuto della nostra esistenza.Le stesse considerazioni che sto facendo sono scontate. E’ esemplificativo, e già di per sé basterebbe, il fatto che in un paese democratico ed egalitario come il nostro, chi partorisce dalla propria carne e dal proprio dolore ha facoltà di dare il proprio cognome al figlio, solo passando per espedienti che aggirano la Legge vigente. 
Ma la tristezza estrema risiede, a parer mio, nell’ acquiescenza femminile e nel far finta di non vedere. Motivo per cui, ieri sera, la sala era pressoché vuota.

Fatima Giordano

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“Dilili à Paris” di Michel Ocelot