Pulcinella non è l’iconica maschera partenopea. E non è l’incarnazione della satira sociale, politica o qualsivoglia altra. È il simbolo della mia libertà. Il suo ricordo si fa strada tra le frasche della memoria per divenire faticosamente una rachitica epifania.
“Da cosa ti vuoi vestire a Carnevale?” mi chiese nonna Maria.
“Da Pulcinella!” risposi a cinque anni. Ma per mia madre ero Cappuccetto Rosso. E così fu. Ma tutto il resto di quell’anno, esclusivamente nelle stanze avite, fui una radiosa Pulcinella, dentro un abito ricavato da un vecchio lenzuolo di lino, cucito con una Singer degli anni Venti. Partita in un men che non si dica verso la volta celeste, la nonna portò via con sé la mia identità. Sulla terra rimase il mio involucro, che fu riempito di paglia, come uno spaventapasseri. Negli anni sono stata tiepidamente un papavero, una fatina, una strega, una damina veneziana e un jolly tintinnante. Poi, trafitta da una lama di ricordo, ho deciso di dedicare il resto della vita a ritrovare Pulcinella.

FaTima GiorDano