Per Coco Chanel, la camelia. Per Christian Dior, il mughetto. E per Paul Poiret, il pioniere dell’alta moda, qual è il simbolo della Maison? La rosa! Fiore regale e sofisticato come le sue creazioni. Ed è proprio la personalità del couturier Paul Poiret che intende celebrare la mostra “Fashion is a Feast”, al Musée des Arts Decoratifs di Parigi, dal 25 giugno 2025 all’ 11 gennaio 2026. Un uomo che ha profuso anima, cuore e impegno artistico nelle sue creazioni. Ciò che le caratterizza non è certo il minimalismo. Il suo è un universo che si nutre da disparate fonti: la pittura fauve, i balletti russi di Djagilev e l’Oriente per abbracciare la convinzione della vita come un’opera d’arte totale.
Diciassettenne, nel 1896 lavora per quattro anni da Doucet; si trasferisce poi presso l’atelier di Worth dove si trattiene poco. È ansioso di mettersi in proprio e di liberare il corpo della donna dalle costrizioni del corsetto. D’ispirazione gli sarà la danza che consente ogni tipo di movimento ed è così che nascono reggiseno e guaina. Nel 1903 apre finalmente il suo atelier in rue Auber in cui vede la luce il cappotto-kimono, battezzato Confucius, realizzato da un solo pezzo di tessuto di lana. Nel 1909 si trasferisce al faubourg Saint-Honoré e nel 1911 lancia la linea dei profumi di Rosina, dal nome della sua figlia maggiore.
Intuitivo e lungimirante favorisce il proprio decollo lavorativo grazie ad un sostanzioso investimento pubblicitario che, a partire dal 1913, lo renderà famoso negli Stati Uniti, dove è soprannominato The king of Fashion, poiché considera la donna come un essere fatale, circondata da erotismo e mistero, calata in un’atmosfera irreale, impregnata di lusso ed eleganza. Inizialmente per gli abiti adotta la linea dritta, ispirata allo stile direttorio, con vita alta sotto al seno. Ma la scoperta, a partire dal 1910, dei balletti russi gli fa abbandonare lo stile precedente ed introdurre la gonna entravée, lunga, dritta e serrata all’altezza delle ginocchia come nella creazione Josephine. Nel 1913 fa il suo debutto la silhouette a paralume, aderente al busto e larga sui fianchi con strati di chiffon mentre l’esotismo caratterizza l’abito Marrakech del 1924, ispirato alla tunica marocchina.
Collabora con artisti quali Raoul Dufy, André Derain e Vlaminck che disegna per lui dei bottoni in ceramica, ma anche con Marie Vassilieff, creatrice di flaconi di profumo e con giovani ragazze che disegnano liberamente ciò che le ispira.
Tratti distintivi delle sue creazioni sono gli accostamenti inediti di tessuti e colori. Stoffe traslucide e semi-trasparenti guarnite di perle, piume di struzzo e pavone; cromie sofisticate e tra loro stridenti come l’accostamento giallo-nero, rosso-blu e blu-arancione: colori d’Oriente e da sogno, per la loro intensità.
Il declino comincia con l’arruolamento nell’esercito per combattere nel primo conflitto mondiale. Quando torna, debilitato per la morte di due figli, non ritrova più il suo mondo saturo di fantasia e creatività. Le donne non si identificano più nella “sua” femme fatale e rivendicano libertà ed indipendenza con abiti pratici e minimali. La sua era finisce definitivamente nel 1929 e fino alla morte, nel 1944, si dedicherà alla pittura, un’altra forma d’arte e d’espressione da lui molto amata.
FaTima GiorDano









