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Dilili e i maschi maestri

Spinta come sempre dalla curiosità francofila, ieri sera ho trascinato la mia famiglia, ed una mia amica con la sua, a vedere il film “Dilili à Paris”. Conoscevo dello stesso regista, “Kirikou et les bêtes sauvages”. Mentre ero affascinata dalla storia, dalle immagini, dai colori, dai pullulanti riferimenti culturali, il mio cervello era come provocatoriamente sollecitato, spinto e addirittura catapultato, senza resistenza poter opporre, alla verità. Nessun velo poteva essere più collocato tra essa e me. La costante mistificazione è stata rimossa. I “maschi maestri” imperversano ovunque: in superficie, in profondità, negli abissi. A ogni livello culturale, sociale, politico e ci misuriamo quotidianamente con essi. Tendiamo a non vederli più proprio perché è una costante quotidiana o forse, anche perché la vita si tradurrebbe in una lotta continua rendendocela triste e faticosa. Non li smascheriamo più e loro cercano di camuffarsi. Ma chi di loro non ha mai emesso uno sfiato inconsapevole ed istintivo? Il cervello non può controllare sempre tutto ed ecco che, o con una frase detta con tono assertivo, o con espressioni verbali e facciali che alludono alle fissazioni o pretese femminili in campo domestico o con il non considerare le conseguenze che le loro ambizioni lavorative possono avere sull’ organizzazione familiare o come lo sguardo cade su chi è vestita in modo succinto……
Non è necessario elencare e, a ben guardare, gli esempi si dispiegano ad ogni minuto della nostra esistenza.Le stesse considerazioni che sto facendo sono scontate. E’ esemplificativo, e già di per sé basterebbe, il fatto che in un paese democratico ed egalitario come il nostro, chi partorisce dalla propria carne e dal proprio dolore ha facoltà di dare il proprio cognome al figlio, solo passando per espedienti che aggirano la Legge vigente. 
Ma la tristezza estrema risiede, a parer mio, nell’ acquiescenza femminile e nel far finta di non vedere. Motivo per cui, ieri sera, la sala era pressoché vuota.

Fatima Giordano

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“Dilili à Paris” di Michel Ocelot

Luoghi

Ferrara, Monastero di sant’Antonio in Polesine

L’inaspettato e la scoperta, per fortuna, fanno parte della vita. Ciò a cui pensavo mentre percorrevo la strada verso il monastero era che avrei visto i consueti ambienti conventuali, un po’ meccanicamente e con l’annoiata sensazione del déjà vu. Fin dal principio la catena prevedibile è stata spezzata dall’ incontro con la panchina avvolta nell’ albero frondoso ed aghiforme, dal ciliegio in fiore e dalla vocina flebile e tremolante del citofono.

Viene ad aprirci il portone una monachina ottuagenaria, paffutella ed intabarrata in uno spesso strato di scialli merlettati che ci conduce, con occhi vacui ed inespressivi, nei pochi ambienti consentiti alla visita. Il tono monocorde, privo di qualsiasi partecipazione emotiva, c’informa: – “Siete entrati in un convento di clausura”, poi la processione continua verso il coro, separato da una grata dalla chiesa pubblica, con stalli lignei intarsiati dove le monache intonano canti gregoriani. Poi, stupore e meraviglia, il sipario si apre sugli affreschi di scuola giottesca. La bocca si apre e gli occhi s’imbambolano: storie della vita di Gesù e Maria raccontati con straordinario pathos e originalità. Gesù che sale da solo sulla croce per una scala a pioli, il bimbo Gesù, in braccio al padre, che si protende provando a rifugiarsi nel caldo seno materno, la testa del Battista al cospetto di Salomè ed Erode e, ancora, Gesù che libera Adamo dal Limbo.

Infine, l’incatesimo si spezza nello shop: la candida, eterea ed innocente vecchina non mi delude. Da monaca ascetica ed angelica si tramuta in capace e convincente top manager del marketing!

Fatima Giordano

Sotto l’albero frondoso
Ferrara: monastero di sant’Antonio in Polesine
Cristo che sale sulla croce
Gesù cerca la mamma
Testa del Battista
Gesù libera Adamo
Arte

Egon Schiele

Egon Schiele, La famiglia, 1918, Vienna, Osterreichische Galerie.

L’opera, incompiuta a causa della morte dello stesso artista che rimase contagiato da una terribile epidemia di influenza spagnola, rappresenta Egon, la moglie Edith ed il loro bambino mai nato. Le figure nude appaiono in pose complesse essendo accovacciate ed emergono da un fondo scuro. Schiele, poi, le inscrive all’interno di un rettangolo ideale. 
Il suo autoritratto, seduto su un divano, è deformato; il volto appare magro e nodoso, la fronte aggrottata e lo sguardo fisso negli occhi dello spettatore. 
Il corpo di Edith, al contrario, è più morbido e disteso. Il bambino è vestito per sottolineare la sua innocenza.
E’ qui presente una ricca mescolanza di tonalità che vanno dal bianco, al giallo, al rosso fino ad un marrone scuro. Il colore non riempie più i contorni tracciati precedentemente, ma produce un vero e proprio plasticismo.
Gli sguardi malinconici hanno preso il posto del consueto pathos che caratterizzano le sue figure.

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Arte

Evangelario di Teodolinda

Coperta dell’Evangelario di Teodolinda, fine VI-inizio VII secolo, Monza, Museo e Tesoro del Duomo.

Teodolinda, moglie di Agilulfo, si dimostrò una regina particolarmente “illuminata”. Spinse il suo popolo all’integrazione favorendone la conversione dalla religione ariana a quella cattolica.

Grande amante del bello si rivelò una proficua mecenate soprattutto per la città di Monza. Donò, infatti, questo prezioso libro contenente i quattro vangeli alla basilica di San Giovanni Battista.

La coperta è composta da un supporto ligneo ricoperto da lamine d’oro. Qui le tecniche e lo stile dei longobardi si fondono con la sintassi classica che il popolo germanico finì per ammirare e tentare di emulare. Bordata da una cornice perimetrale a motivi astratti di matrice longobarda, presenta una croce gemmata realizzata con tecnica cloisonné ( tecnica orafa di incastonatura. Sul metallo vengono realizzati degli alveoli in cui sono inserite pietre semi-preziose o paste vitree) che divide la superficie in quattro settori. In ognuno di essi è presente un motivo a “L” in cui trovano posto dei cammei romani di reimpiego.

Quasi ogni singolo elemento trasuda un esplicito linguaggio barbarico, ma l’impaginazione o l’organizzazione spaziale, come dir si voglia, ricerca e realizza un’armonia ed un equilibio d’impostazione classica. I longobardi abbandonano l’asimmetria ed il caos che li caratterizza per avvicinarsi alla cultura dominante che inveitabilmente li ha conquistatiEvangeliario-di-Teodolinda.jpg

Arte

Arte Longobarda

Arte Longobarda

Per noi figli dell’arte greco-romana il fascino di questa espressione artistica può essere di non immediato impatto. Ciò che, invece, può trasmettere, a chi ha un occhio attento, è la meraviglia per la resa di prodotti che presentano un linguaggio apparentemente elementare e bizzarro.
Arrivati in Italia nel 568 d. D., vi si stanziano in modo non uniforme: Longobardia maior con capitale Pavia e Longobardia minor con capitale Benevento. Popolazione nomade che non conosce la produzione artistica architettonica o monumentale, porta con sé piccoli manufatti di oreficeria realizzati con delle tecniche ed uno stile nuovi. Spille, fibule, else di spade, orecchini presentano un linguaggio costituito da animali reali e fantastici che s’innestano in un mélange fitto e intrecciato. Pietre semi-preziose e paste vitree che risaltano all’ interno di una grisaille in oro realizzata con tecnica cloisonné.
L’horror vacui li porta ad incidere su ogni superficie a disposizione linee insistenti che danno vita ad una forma stilizzata e semplificata.

Arte

Henri Toulouse-Lautrec

Henri Toulouse-Lautrec, Divan Japonais, Litografia.

Il Divan Japonais era un caffé situato a rue des Martyrs a Parigi trasformato in caffé-concerto da Eduard Fournier ed arredato in stile orientaleggiante con sete dipinte, lacche, lanterne e sedie di bamboo.

Lautrec venne incaricato di realizzare il manifesto pubblicitario per l’apertura del locale. Adotta qui un’audacissima inquadratura a taglio fotografico che nasconde perfino la testa della cantante Yvette Guilbert che si esibisce sul palco e che si riconosce per i suoi inconfondibili guanti neri e lunghi.

Lautrec pone l’attenzione quindi sul pubblico d’élite che frequenta il locale. Alle spalle dell’orchestra, da cui spuntano due manici di contrabbasso, spicca l’elegante silhouette di Jane Avril, nota ballerina di can-can del Moulin Rouge, fasciata da un abito nero che fa risaltare i suoi capelli rossi ed Eduard Dujardin, noto critico musicale.

Anche nelle stampe emerge l’inconfondibile stile dell’artista, ravvisabile nella linea di contorno sintetica e spigolosa, dai colori piatti che deriva dalle stampe giapponesi e dalla sua grande capacità di rappresentare quel demi-monde che frequentava nei locali notturni di Montmartre e di cui mette in rilievo la fisionomia, le peculiarità distintive con un distaccato occhio caricaturale venato da sottile ironia.

Fatima Giordano

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